L’ultima Piazza di Democrazia: l’aiuto ai migranti in transito dalla rotta balcanica
18 dicembre 2025
Una corriera parte da Treviso diretta a Trieste. A bordo, i partecipanti all’ultima Piazza di Democrazia della Scuola di Partecipare il Presente, insieme ai volontari dei Fornelli Resistenti, con viveri, coperte e vestiti. La destinazione è Piazza della Libertà — ribattezzata da chi la vive ogni giorno “Piazza del Mondo” — dove ogni sera viene servita la cena ai migranti in transito dalla rotta balcanica.
I Fornelli Resistenti e la Piazza del Mondo
Da oltre due anni e mezzo, una rete di associazioni provenienti da tutta Italia garantisce una presenza quotidiana in questa piazza triestina. Il nome dice tutto: resistere, stare in piedi nonostante le avversità, cucinare nelle proprie cucine per portare cibo a chi arriva a Trieste dopo viaggi che durano anni. Pakistan, Afghanistan, Nepal, Siria, Palestina, Africa: i ragazzi che scendono dalla montagna balcanica vengono da mondi lontanissimi, ma accomunati da percorsi di una durezza difficile da immaginare.
Ad accoglierli ci sono Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi, fondatori di Linea d’Ombra nel 2019, presenti sulla rotta balcanica da dieci anni. È Lorena a raccontare la realtà di chi arriva: ragazzi che attraversano Iran, Turchia, Bulgaria, Croazia e Serbia, spesso picchiati, imprigionati, respinti più volte. Una rotta meno visibile di quella del Mediterraneo, ma altrettanto tragica, con morti che rimangono invisibili, coperti dalle foglie nei fiumi dove vengono gettati.
Una piazza di cura e riconoscimento
Lorena lo chiama un gesto politico: guardare negli occhi chi arriva. Restituire dignità a chi è stato disumanizzato lungo il viaggio. La Piazza del Mondo è il primo momento di accoglienza, il primo segnale che qualcuno li vede come persone. Attualmente circa 200 migranti vivono negli edifici abbandonati del Porto Vecchio, gli antichi granai dell’impero austro-ungarico, in condizioni che Lorena definisce senza mezzi termini disumane.
Noman, arrivato dal Kashmir due anni fa, racconta il suo viaggio: tre anni di strada, mesi in prigione in Turchia con 2500 persone rinchiuse insieme, dodici giorni a piedi in Bulgaria senza mangiare, i cani delle guardie di confine in Slovenia. Oggi è in piazza ogni sera ad aiutare gli altri, a fare il barbiere per chi non ha soldi per andare dal parrucchiere.
Il lavoro come integrazione, le norme come ostacolo
L’incontro non è solo un momento di distribuzione di cibo. È anche una riflessione collettiva sul ruolo della società civile, del mondo del lavoro, delle cooperative sociali. Un rappresentante del mondo imprenditoriale sottolinea il paradosso normativo: le aziende che vogliono assumere migranti già presenti sul territorio si trovano bloccate da un sistema che le obbliga a fingere, a seguire procedure che non rispecchiano la realtà. Il decreto flussi e il click day sono meccanismi che rendono impossibile una vera integrazione. Il lavoro, invece, è la sua forma migliore.
Non normalizzare la violenza
La serata si chiude con le parole di Lorena, che diventano un manifesto: essere indifferenti, lasciare che morti, violenze di confine e deportazioni diventino normali è il primo passo verso una dimensione in cui si abbraccia la morte. Conoscere queste persone, stare presenti nella loro vita, è qualcosa che cambia irreversibilmente chi lo fa. Questi ragazzi, dice, sono la cosa più bella che mi sia capitata nella vita. Sono i nostri figli, i nostri fratelli. E quando li guardiamo dovremmo sempre chiederci: se fossi al loro posto, cosa mi succederebbe?
Un tè caldo, una cena in piazza, uno sguardo negli occhi. Gesti piccoli che sono, allo stesso tempo, atti di resistenza.

