È stato un gesto spontaneo”: storie di accoglienza e accompagnamento a Monigo
23 marzo 2016
Nel dormitorio della parrocchia di Monigo, a Treviso, 33 persone provenienti da Pakistan, Afghanistan e paesi del Nord Africa hanno trovato un tetto sopra la testa durante i mesi invernali. Un’iniziativa nata quasi per caso, dalla disponibilità di alcuni spazi inutilizzati e dalla volontà di una rete di associazioni locali di dare una risposta concreta a un bisogno reale.
Una rete che si è mossa insieme
Tutto è partito da una raccolta fondi andata bene, da spazi disponibili e da una domanda semplice ma urgente: cosa facciamo con queste persone? Le associazioni coinvolte — Auser, Cittadini del Mondo, Care, Momi di Monigo, Gente per Gente, Passamani di Santa Maria sul Sile, Caminantes e l’Ambulatorio di Prossimità dell’ULSS 2 — hanno messo insieme esperienze, competenze e tempo. Settantaquattro volontari censiti, tra cui medici e infermieri, si sono alternati dalla colazione del mattino al turno di presenza notturna.
Essere visti
Al centro dell’esperienza c’è qualcosa di più profondo della semplice gestione dell’emergenza. I volontari raccontano di come bastino poche parole — “come stai”, “dove sei stato oggi” — per cambiare l’espressione sul volto di chi arriva. Essere visti, sentire che qualcuno si interessa davvero, è per questi ragazzi qualcosa tutt’altro che scontato, dopo viaggi durissimi attraverso Iran, Turchia, Macedonia, Ungheria e Austria, o attraverso il deserto e il Mediterraneo.
Uno dei migranti ospiti racconta di aver attraversato la Libia in condizioni disperate: due anni di sofferenza, due arresti, e infine una traversata su un barcone di 180 persone di cui 70 non sono sopravvissute. Oggi lavora, studia l’italiano, e dice di essere felice.
Burocrazia, lavoro, dignità
Ogni sera, dalle 19:30 alle 22:30, i volontari accolgono le persone, le aiutano con i documenti — permesso di soggiorno, richiesta di asilo, tessera sanitaria — e cercano di orientarle verso le scuole di italiano e il mondo del lavoro. Un percorso fatto di piccoli passi concreti, in cui la relazione umana è il filo conduttore.
Cosa succederà dopo?
La domanda che rimane aperta è quella sul futuro. Quando il dormitorio chiuderà, cosa accadrà a queste 33 persone? I promotori dell’iniziativa sono chiari: il volontariato può fare molto, ma non può sostituirsi al dovere istituzionale. Il dormitorio non è una soluzione, è un segnale. Un invito ad altre parrocchie, ad altre comunità, a tenere gli occhi aperti e — come dice uno dei volontari — “soprattutto le porte del cuore aperte”.
Un’esperienza che dimostra come la collaborazione tra realtà diverse, ognuna con la propria unicità, possa produrre qualcosa di reale e prezioso. E che forse, come suggeriscono i promotori, potrebbe ripetersi anche il prossimo inverno.

